Παρασκευή 8 Ιουλίου 2011

La camera in attesa

Si dà pur luce ogni mattino a questa camera, quando una delle tre sorelle a turno viene a ripulirla senza guardarsi attorno. L’ombra, tuttavia, appena le persiane e le vetrate della finestra sono richiuse e raccostati gli scuri, si fa subito cruda, come in un sotterraneo; e subito, come se quella finestra non sia stata aperta da anni, il crudo di quest’ombra s’avverte, diventa quasi l’alito sensibile del silenzio sospeso vano sui mobili e gli oggetti, i quali, a lor volta, par che rimangano sgomenti, ogni giorno, della cura con cui sono stati spolverati, ripuliti e rimessi in ordine.

Il calendario a muro presso la finestra è certo che rimane col senso dello strappo d’un altro fogliolino, come se gli paja una inutile crudeltà che gli si faccia segnar la data in quell’ombra vana e in quel silenzio. E il vecchio orologio di bronzo, in forma d’anfora, sul piano di marmo del cassettone, pare che avverta la violenza che gli fanno costringendolo a staccare ancora là dentro il suo cupo tic-tac.

Sul tavolino da notte, però, la boccetta dell’acqua, di cristallo verde dorato, panciuta, incappellata del suo lungo bicchiere capovolto, pigliando di tra gli scuri accostati della finestra dirimpetto un filo di luce, sembra ridere di tutto quello sgomento diffuso nella camera.

C’è, in realtà, alcunché di vivo e d’arguto su quel tavolino da notte.

Il riso della boccetta dell’acqua viene sì senza dubbio dal filo di luce, ma forse perché con questo filo di luce quella boccetta panciuta può scorgere su la lucida lastra di bardiglio le smorfie delle due figurine d’una scatola di fiammiferi posata lì da quattordici mesi ormai, perché sia pronta a un bisogno ad accendere la candela, anch’essa da quattordici mesi confitta nella bugia di ferro smaltato, in forma di trifoglio, col manichetto e il bocciuolo d’ottone.

Nell’attesa della fiamma che deve consumarla, s’è ingiallita quella candela sul trifoglio della bugia, come una vergine matura. E c’è da scommettere che le due figurine monellescamente smorfiose della scatola di fiammiferi la paragonino alle tre sorelle stagionate che vengono un giorno per una a ripulire e a rimettere in ordine la camera.

Via, benché intatta ancora, povera vergine candela, dovrebbero cambiarla le tre sorelle, se non proprio ogni giorno come fanno per l’acqua della boccetta (che anche perciò è così viva e pronta a ridere a ogni filo di luce), almeno a ogni quindici giorni, a ogni mese, via! per non vederla così gialla, per non vedere in quel giallore i quattordici mesi che sono passati senza che nessuno sia venuto ad accenderla, la sera, su quel tavolino da notte.

È veramente una dimenticanza deplorevole, perché non solo l’acqua della boccetta, ma cambiano tutto quelle tre sorelle: ogni quindici giorni le lenzuola e le foderette del letto, rifatto con amorosa diligenza ogni mattina come se davvero qualcuno vi abbia dormito; due volte la settimana, la camicia da notte, che ogni sera, dopo rimboccate le coperte, vien tratta dal sacchetto di raso appeso col nastrino azzurro alla testa della lettiera bianca, e distesa sul letto con la falda di dietro debitamente rialzata. E han cambiato, oh Dio, finanche le pantofole davanti la poltroncina a piè del letto. Sicuro: le vecchie buttate via, dentro il comodino, e al loro posto, lì su lo scendiletto un pajo nuove, di velluto, ricamate dall’ultima delle tre. E il calendario? Quello lì, presso la finestra, è già il secondo. L’altro, dell’anno scorso, s’è sentito strappare a uno a uno tutti i giorni dei dodici mesi, uno ogni mattina con inesorabile puntualità. E non c’è pericolo che la maggiore delle tre sorelle, ogni sabato alle quattro del pomeriggio, si dimentichi d’entrare nella camera per ridar la corda a quel vecchio orologio di bronzo sul cassettone, che con tanto risentimento rompe il silenzio ticchettando e muove le due lancette sul quadrante piano piano, che non si veda, come se voglia dire che non lo fa apposta, lui, per suo piacere, ma perché forzato dalla corda che gli danno.

Le due figurine smorfiose della scatola evidentemente non vedono, come possono vederlo il vecchio orologio di bronzo col bianco occhio tondo del quadrante e il calendario dall’alto della parete col numero rosso che segna la data, il lugubre effetto di quella camicia da notte stesa lì sul letto e di quelle due pantofole nuove in attesa su lo scendiletto davanti la poltroncina.

Quanto alla candela confitta lì sul trifoglio della bugia, oh essa è così diritta e assorta nella sua gialla rigidità, che non si cura del dileggio di quelle due figurine smorfiose e del riso della panciuta boccetta, sapendo bene che cosa sta ad attendere lì, ancora intatta, così ingiallita.

Che cosa?

Il fatto è che da quattordici mesi quelle tre sorelle e la loro madre inferma credono di potere e di dovere aspettare così il probabile ritorno del fratello e figliuolo Cesarino, sottotenente di complemento nel 25° fanteria, partito (ormai son piú di due anni) per la Tripolitania e colà distaccato nel Fezzan.

Da quattordici mesi, è vero, non hanno piú notizia di lui. C’è di piú. Dopo tante ricerche angosciose, suppliche e istanze, è arrivata alla fine dal Comando della Colonia la comunicazione ufficiale che il sottotenente Mochi Cesare, dopo un combattimento coi ribelli, non trovandosi né tra i morti né tra i feriti né tra i prigionieri, di cui si è riuscito ad avere notizia certa, deve ritenersi disperso, anzi scomparso senz’alcuna traccia.

Il caso ha destato in principio molta pietà in tutti i vicini e conoscenti di quella mamma e di quelle tre sorelle. A poco a poco però la pietà s’è raffreddata ed è cominciata invece una certa irritazione, in qualcuno anche una vera indignazione per questa che pare "una commedia", della camera cioè temuta così puntualmente in ordine, finanche con la camicia da notte stesa sul letto rimboccato; quasi che con questa "commedia" quelle quattro donne vogliano negare il tributo di lagrime a quel povero giovine e risparmiare a se stesse il dolore di piangerlo morto.

Troppo presto han dimenticato i vicini e conoscenti che essi, proprio essi, all’arrivo della comunicazione del Comando della Colonia, quando quella madre e quelle tre sorelle s’eran pur messe a piangere morto il loro caro levando grida strazianti, le han persuase a lungo e con tanti argomenti uno piú efficace dell’altro a non disperarsi così. Perché piangerlo morto – han detto – se chiaramente in quella comunicazione s’annunziava che l’ufficiale Mochi tra i morti non s’era trovato? Era disperso; poteva ritornare da un momento all’altro: ma anche dopo un anno, chi sa! Nell’Africa, ramingo, nascosto... E sono stati pur essi a sconsigliare e quasi impedire che quella madre e quelle tre sorelle si vestissero di nero, come voler vano anche nell’incertezza. – No, di nero – hanno detto; perché quel malaugurio? E alla prima speranza di quelle poverine che s’esprimeva ancora in forma di dubbio: "Chi sa... sì, forse è vivo", si sono affrettati a rispondere:

– Ma sarà vivo sì! È vivo certamente!

Ebbene, non è naturale adesso che, mancando davvero ogni fondamento di certezza alla supposizione che il loro caro sia morto, e accolta invece, come tutti hanno voluto l’illusione che sia vivo, quella povera mamma inferma, quelle tre sorelle diano quanto piú possono consistenza di realtà a questa illusione? Ma sì, appunto, lasciando la camera in attesa. rifacendola con cura minuziosa, traendo ogni sera dal sacchetto la camicia da notte e stendendola su le coperte rimboccate. Perché, se si son lasciate persuadere a non piangerlo morto, a non disperarsi della sua morte, devono per forza far vedere a lui, vivo per loro a lui che veramente può sopravvenire da un momento all’altro, che ecco, tanto esse ne sono state certe, che gli hanno finanche preparato ogni sera la camicia da notte lì sul letto, sul suo lettino rifatto ogni mattina, come se egli davvero la notte vi abbia dormito. Ed ecco là le nuove pantofole che Margheritina, aspettando. non si è contentata soltanto di ricamare, ma ha voluto anche far mettere su da un calzolajo, perché egli appena tornato le trovi pronte al posto delle vecchie.

Scusate tanto:

– O che non son forse morti il vostro figliuolo, la vostra figliuola, quando sono partiti per gli studii nella grande città lontana?

Ah, voi fate gli scongiuri? mi date sulla voce, gridando che non sono morti nient’affatto? che saran di ritorno a fin d’anno e che intanto ricevete puntualmente loro notizie due volte la settimana?

Calmatevi, sì, via, lo credo bene. Ma come va che, passato l’anno, quando il vostro figliuolo o la vostra figliuola ritornano con un anno di piú dalla grande città, voi restate stupiti, storditi davanti a loro; e voi, proprio voi, con le mani aperte come a parare un dubbio che vi sgomenta, esclamate:

– Oh Dio, ma sei proprio tu? Oh Dio, come s’è fatta un’altra!

Non solo nell’anima, un’altra, cioè nel modo di pensare e di sentire; ma anche nel suono della voce, anche nel corpo un’altra, nel modo di gestire, di muoversi, di guardare, di sorridere...

E, con smarrimento, vi domandate:

– Ma come? erano proprio così i suoi occhi? Avrei potuto giurare che il suo nasino, quand’è partita, era un pochino all’insù...

La verità è che voi non riconoscete nel vostro figliuolo o nella vostra figliuola, ritornati dopo un anno, quella stessa realtà che davate loro prima che partissero. Non c’è piú, è morta quella realtà. Eppure voi non vi vestite di nero per questa morte e non piangete... ovvero sì, ne piangete, se vi fa dolore quest’altro che vi è ritornato invece del vostro figliuolo, quest’altro che voi non potete, non sapete piú riconoscere.

Il vostro figliuolo, quello che voi conoscevate prima che partisse, è morto, credetelo, è morto. Solo l’esserci d’un corpo (e pur esso tanto cambiato!) vi fa dire di no. Ma lo avvertite bene, voi, ch’era un altro, quello partito un anno fa, che non e piú ritornato.

Ebbene, precisamente come non ritorna piú alla sua mamma e alle sue tre sorelle questo Cesarino Mochi partito da due anni per la Tripolitania e colà distaccato nel Fezzan.

Voi lo sapete bene, ora, che la realtà non dipende dall’esserci o dal non esserci di un corpo. Può esserci il corpo, ed esser morto per la realtà che voi gli davate. Quel che fa la vita, dunque, è la realtà che voi le date. E dunque realmente può bastare alla mamma e alle tre sorelle di Cesarino Mochi la vita ch’egli seguita ad avere per esse, qua nella realtà degli atti che compiono per lui, in questa camera che lo attende in ordine, pronta ad accoglierlo tal quale egli era prima che partisse.

Ah, non c’è pericolo per quella mamma e per quelle tre sorelle ch’egli ritorni Un altro, com’è avvenuto per il vostro figliuolo a fin d’anno.

La realtà di Cesarino è inalterabile qua nella sua camera e nel cuore e nella mente di quella mamma e di quelle tre sorelle, che per sé, fuori di questa, non ne hanno altra.

– Tittì, quanti ne abbiamo del mese? – domanda dal seggiolone la mamma inferma all’ultima delle tre figliuole.

– Quindici, – risponde Margherita, alzando il capo dal libro ma non ne è ben certa e domanda a sua volta alle due sorelle: – Quindici, è vero?

– Quindici, sì, – conferma Nanda, la maggiore, dal telaio.

– Quindici, – ripete Flavia che cuce.

Su la fronte di tutte e tre s’incide, per quella domanda della madre a Cui hanno risposto, la stessa ruga.

Nella quiete della vasta sala da pranzo luminosa, velata da candide tendine di mussola, è entrato un pensiero, che di solito, non per istudio, ma istintivamente è tenuto lontano dalle quattro donne: il pensiero del tempo che passa.

Le tre sorelle hanno indovinato il perché di questo pensiero pauroso nella mente della madre inferma. abbandonata sul seggiolone; e perciò han corrugato la fronte.

Non è già per Cesarino.

C’è un’altra, c’è un’altra – non qua, nella casa, ma che della casa, forse domani, chi sa! potrebbe essere la regina – Claretta, la fidanzata del fratello – c’è lei, sì, purtroppo, che fa pensare al tempo che passa.

La mamma, domandando a quanti si è del mese, ha voluto contare i giorni che son passati dall’ultima visita di Claretta.

Veniva prima ogni giorno la cara bambina (bambina veramente, Claretta, per quelle tre sorelle anziane) quasi ogni giorno, con la speranza che fosse arrivata la notizia; perché era certa, piú certa di tutte, lei, che la notizia sarebbe presto arrivata. E allora entrava festosa nella camera del fidanzato e vi lasciava sempre qualche fiore e una lettera. Sì, perché seguitava a scrivere lei, come al solito, ogni sera, a Cesarino. Le lettere, invece di spedirle, ecco veniva a lasciarle qua perché le trovasse, Cesarino, subito appena arrivato.

Il fiore avvizziva, la lettera restava.

Pensava forse Claretta, nel trovare sotto il fiore vizzo la lettera del giorno precedente, che anche il profumo di questa era svanito senz’avere inebriato nessuno? La riponeva nel cassetto della piccola scrivania presso la finestra e al suo posto lasciava la nuova e sopra vi posava un fiore nuovo.

Durò a lungo, per mesi e mesi, questa cura gentile. Ma un giorno la piccina venne, con piú fiori, si, ma senza lettera. Disse che aveva scritto la sera precedente, oh anche piú a lungo del solito, e che ogni sera avrebbe seguitato a scrivere, ma in un taccuino, perché la mamma le aveva fatto notare ch’era un inutile sciupio di carta da lettere e di buste.

Veramente era così: ciò che importava era il pensiero di scrivere ogni giorno; che poi scrivesse in carta da lettere o nel taccuino, era lo stesso.

Se non che, con quella lettera cominciò anche a mancare la visita giornaliera di Claretta. Dapprima tre volte, poi due, poi prese a venire una sola volta per settimana. Poi con la scusa del lutto per la morte della nonna materna, stette piú di quindici giorni senza venire. E alla fine, quando – non spontaneamente, ma condotta dalle sorelle – rientro per la prima volta, vestita di nero, nella camera di Cesarino, avvenne una scena inattesa, che per poco non fece scoppiare d’angoscia il cuore di quelle tre poverine. Tutt’a un tratto, così vestita di nero, appena entrata, si rovesciò sul lettino bianco di Cesarino, rompendo in un pianto disperato.

Perché? che c’entrava? Rimase stordita, come smarrita, dopo, di fronte allo stupore angoscioso, al tremore di quelle tre sorelle pallide, livide; disse che non sapeva lei stessa com’era stato, come le era avvenuto... Si scusò; ne incolpò il suo abito nero, il dolore per la morte della nonna... Riprese, a ogni modo, a venire una volta la settimana.

Ma le tre sorelle provavano ora un certo ritegno a condurla nella camera in attesa; ed ella né c’entrava da sì, né chiedeva alle tre sorelle che ve la conducessero. E di Cesarino quasi non parlavano piú.

Tre mesi fa, venne di nuovo vestita di abiti gaj, primaverili, risbocciata come un fiore, tutta accesa e vivace come da gran tempo le tre sorelle e la loro povera mamma non l’avevano piú veduta. Recò tanti, tanti fiori e volle lei stessa con le sue mani portarli nella camera di Cesarino e distribuirli in vasetti su la piccola scrivania, sul tavolino da notte, sul cassettone. Disse che aveva fatto un bel sogno.

Rimasero con l’affanno, oppresse e quasi sgomente di quella vivacità esuberante, di quella rinata gajezza della bambina, le tre sorelle sempre piú pallide e piú livide. Sentirono, appena cessato il primo stordimento, come l’urto d’una violenza crudele, l’urto della vita che rifioriva prepotente in quella bambina e che non poteva piú esser contenuta nel silenzio di quell’attesa, a cui esse con le religiose cure delle loro mani gracili e fredde davano ancora e tenacemente volevano dar sempre una larva di vita, tanta che bastasse a loro. E non fecero nessuna opposizione, quando Claretta facendosi rossa rossa, disse che le era nata una grande curiosità di sapere che cosa aveva scritto a Cesarino nelle sue prime lettere di piú d’un anno fa, chiuse nel cassetto della scrivania.

Piú di cento dovevano essere quelle lettere, centoventidue o centoventitré. Le voleva rileggere; le avrebbe poi conservate lei, per Cesarino, insieme coi taccuini. E a dieci per volta se l’era tutte riportate a casa.

Da allora le visite si sono diradate. La vecchia mamma inferma, guardando fiso il bracciolo del seggiolone, conta i giorni che son passati dall’ultima visita; ed è curioso, che tanto per lei, quanto per le tre figliuole con la fronte corrugata, questi giorni s’assommino e si facciano troppi, mentre per Cesarino che non torna, il tempo non passa mai; è come se fosse partito jeri, Cesarino, anzi come se non fosse partito affatto, ma fosse solo uscito di casa e dovesse rientrare da un momento all’altro, per sedersi a tavola con loro e poi andare a dormire nel suo lettino lì pronto.

Il crollo è dato alla povera mamma dalla notizia che Claretta s’è rifatta sposa.

Era da attendersela, questa notizia, poiché già da due mesi, Claretta non si faceva piú vedere. Ma le tre sorelle, meno vecchie e perciò meno deboli della mamma, s’ostinano a dire di no, che questo tradimento non se l’aspettavano. Vogliono a ogni costo resistere al crollo esse, e dicono che Claretta s’è fatta sposa con un altro, non perché Cesarino sia morto ed ella non abbia perciò veramente nessuna ragione piú d’aspettarne ancora il ritorno, ma perché dopo sedici mesi s’è stancata d’aspettarlo. Dicono che la loro mamma muore, non perché il nuovo fidanzamento di Claretta le abbia fatto crollare l’illusione sempre piú fievole del ritorno del suo figliuolo, ma per la pena che il suo Cesarino sentirà, al suo ritorno di questo crudele tradimento di Claretta.

E la mamma, dal letto, dice di sì, che muore di questa pena; ma negli occhi ha come un riso di luce.

Le tre figliuole glieli guardano, quegli occhi, con invidia accorata. Ella tra poco, andrà a vedere di là se lui c’è: si leverà da quest’ansia della lunghissima attesa; avrà la certezza, lei; ma non potrà tornare per da me l’annunzio a loro.

Vorrebbe dire, la mamma, che non c’è bisogno di quest’annunzio, perché è già certa che lei lo troverà di là, il suo Cesarino; ma no, non lo dice; sente una grande pietà per le sue tre povere figliuole che restano sole qua e hanno tanto bisogno di pensare e di credere che Cesarino sia ancora vivo, per loro, e che un giorno o l’altro debba ritornare; ed ecco, vela dolcemente la luce degli occhi e fino all’ultimo, fino all’ultimo vuol rimanere attaccata all’illusione delle tre figliuole, perché anche dal suo ultimo respiro quest’illusione tragga alito e seguiti a vivere per loro. Con l’estremo filo di voce sospira:

– Glielo direte che l’ho tanto aspettato...

Nella notte i quattro ceri funebri ardono ai quattro angoli del letto, e di tratto in tratto hanno un lieve scoppiettìo, che fa vacillare appena la lunga fiamma gialla.

Tanto è il silenzio della casa, che gli scoppiettii di quei ceri, per quanto lievi, arrivano di là alla camera in attesa, e quella candela ingiallita, da sedici mesi confitta sul trifoglio della bugia, quella candela derisa dalle due figurine smorfiose della scatola di fiammiferi, ad ogni scoppiettìo pare che abbia un sussulto da cui possa trar fiamma anche lei, per vegliare un altro morto qui, sul letto intatto.

È per quella candela una rivincita. Difatti, quella sera, non è stata cambiata l’acqua della boccetta, né tratta dal sacchetto e stesa sulle coperte rimboccate la camicia da notte. E segna la data di jeri il calendario a muro.

S’è arrestata d’un giorno, e pare per sempre, nella camera, quell’illusione di vita.

Solo il vecchio orologio di bronzo sul cassettone seguita cupo e piú sgomento che mai a parlare del tempo in quella buja attesa senza fine

Πέμπτη 5 Μαΐου 2011

ΟΛΑ ΤΑ ΔΙΚΑΙΩΜΑΤΑ

Υποκρίσου
Πως είσαι η άνθινη σκιά των λουλουδιών
Που κρέμονται την άνοιξη
Η μέρα η πιο σύντομη του έτους και η νύχτα η εσκιμώα
Η αγωνία των οραματιστών του φθινοπώρου
Των ρόιδων το άρωμα το σοφό έγκαυμα της τσουκνίδας
Άπλωσε διάφανα βαμβακερά
Στων ματιών σου το ξέφωτο
Δείξε τις λεηλασίες της φωτιάς τα εμπνευσμένα τους έργα
Και τον παράδεισο της τέφρας της
Το αφηρημένο φαινόμενο
Που παλεύει με τους δείχτες του εκκρεμούς
Τις πληγές της αλήθειας τα άκαμπτα κηρύγματα
Τον εαυτό σου δείξε

Μπορείς να εξέλθεις με μιάν εσθήτα κρυστάλλινη
Το κάλλος σου διαρκεί και συνεχίζεται
Τα μάτια σου στάζουν δάκρυα θωπείες χαμόγελα
Τα μάτια σου δεν έχουν μυστικό
Δεν έχουν όρια

Μετάφραση: Γιώργος Κεντρωτής.

Τετάρτη 13 Απριλίου 2011

ΑΛΛΟΤΡΙΑ ΛΟΓΙΑ

Ανέγνωρος μέχρι τα χείλη.
Γνώριμος μέχρι την ψυχή.
Στις παλάμες μου ο παλμός σου.
Το τραγούδι του αίματος.
Στις οδύνες, ο τυμπανιστής έρωτας σημαίνει.
Ίπταται η θέληση.
Τα γέρικα φαντάσματα των άλλων σωμάτων,
απλώνουν τα χέρια διψασμένα για σκοτάδια.
Ραγισματιές της ύλης αφήνουν το φως να πλημμυρίσει την τρεμάμενη νύχτα.
Στις οδύνες, αλλότριες ψυχές, δαιμονισμένες,
μασούν πίσω από τα δόντια λέξεις ιερές.
Τις ανεμικές ώρες της σιωπής, στα μαλλιά σου φωλιάζουν πουλιά.
Στέκονται υπνωτισμένα πάνω στα δάχτυλά μου, στις βέργες της αγάπης.
Στις οδύνες, αλλότριες σκιές πλημμυρίζουν την κάμαρα.
Κλωστές τα βλέμματα που σπάνε στη μεγαλύτερη έντασή τους.
Κι ύστερα πάλι…
τις ανεμικές ώρες της καταβύθισης, στο στήθος σου απλώνονται αστέρια.
Ύπνος αργυρήλατος βαραίνει τα βλέφαρά μας.
Για να μπορώ να σε κοιτάζω,
κομματιασμένα τάματα τον σκορπίζω στα απλωμένα χέρια.
Κατεβάζω μία- μία τις σκιές από τους τοίχους,
να μην ακούγονται οι κραυγές τους.
Φιλί νανούρισμα μονάχα να σε ταξιδεύει απ’ το σκοτάδι στο φως.

Πέμπτη 31 Μαρτίου 2011

ΕΚΤΟΣ ΓΡΑΜΜΩΝ


Καμπύλες θλίψεις, τόξα των προσδοκιών.
Ευθείες θλίψεις, βέλη των λέξεων –με επιμονή στα σύμφωνα-.
Τυχαίες αφίξεις.
Μοιραίες αναμονές.
Προδικασμένες αποχωρήσεις.
Ζωή συρμός.
Express του τετελεσμένου.
Wagon lit των αγκαλιασμένων σωμάτων.
Των δεμένων ως το τέρμα και των ανίερων.
Των ορατών και των αοράτων.
Σταθμοί- βλέμματα.
Σταθμοί -υποψίες βλεμμάτων.
Εκτροχιασμός των αισθήσεων.
Ράγες οι τεταμένες φλέβες.
Αναιμικά αποποιούμαι το ταξίδι.
Στα δεξιά της διαδρομής
ανοίγω το βαγόνι μου να κατοικήσουν πουλιά.

Τρίτη 15 Φεβρουαρίου 2011

Συνοδεία


Αυτό που περιμένουμε από στιγμή σε στιγμή,

(Κάτι σα νάχουμε ξεχάσει – κάτι γυρίζει μες στο νου.
Κοιτάζουμε παντού, παιδεύουμε την ανάμνηση,
Ανάβουμε φως να βλέπουμε και να βλεπόμαστε).

Αυτό που περιμένουμε μέσα στο αύριο,
Στο κάθε επόμενο άνθισμα των αριθμών,
Μπορεί νάναι μια χειρονομία ή ένα χαμόγελο,
Που έρχεται κ' είναι παρόν στο δρόμο που πηγαίνουμε,
Όταν κινούμε πρωί απ' το σπίτι μας μέσα στη μέρα,
Όταν γυρίζουμε πίσω κυρτοί απ' τον άνεμο.

Μπορεί νάναι σε κάθε στάση που στεκόμαστε,
Στην κάθε πόρτα που χτυπάμε να μας ανοίξουν.
Στο ποτήρι που πίνουμε, στο κάθισμα που καθόμαστε.

Χαμογελάτε καθώς διαβαίνετε ανάμεσα στα πράγματα.

Μπορεί να είστε ο ήλιος που περιμένουν ή ένας ενάλιος θεός
Που έρχεται μες απ' την πάχνη να τα κυλήση
Σε νέες κοίτες, σε καινούργιους αριθμούς.
Μπορεί να πηγαίνετε και να γυρίζετε μέσα στην μνήμη τους.

Χαμογελάτε ο ένας στον άλλο, χαμογελάτε στον εαυτό σας.

Όταν συναπαντιέστε μονάχοι, όταν σωπαίνετε,
Όταν προσεύχεστε, θυμάστε, ή αφουγκράζεστε.

Χαμογελάτε στον ξενητεμένο και στον άγνωστο,
Χαμογελάτε στους νεκρούς που προπορεύονται.

Από τη συλλογή Συνομιλίες (1953)

Χώμα


Τα φτερά με τρομάζουν

Αγαπώ το απαλό χώμα
Τη ζεστή σκόνη της κάθε ημέρας
Περπατεί μέσα στον άνεμο
Μας μαθαίνει να βλέπουμε τους ήσκιους των άστρων
Τα κλαδιά και τα μάτια που μας περίμεναν

Ένα περιστέρι εμπιστεμένο στον κόρφο του ήλιου
Φύλλο που αφέθηκε σαν ένα φτερό
Νερό που τρέχει
Εγκάρδιος ουρανός
Η τρυφερότητα της γης

Ποιος ξέρει
Γλήγορα γλυστρούμε απ' τον κόρφο τ' ουρανού
Από βυθό σε βυθό
Πιο κάτω από τα ζώα
Μέσα στη νύχτα

Ξεχάσαμε και δεν το ξέρουμε
Η καρδιά μάς ξεπερνά
Θάλασσα φορτωμένη ανάστροφο ύψος
Έρωτα των αγγέλων

Ποιος μπορεί να σταθή στην ακτή και στον άνεμο
Στην ίσια γραμμή π' ανοίγεται το ταξίδι

Από τη συλλογή Γυμνό παράθυρο (1945)

Παρασκευή 4 Φεβρουαρίου 2011

Της παφλασμένης φτέρης επιπροσθέτως



Ο ανθοπώλης έχυσε τον μόλυβδό του
Μέσα στον καφέ
Και από κει όλα αρχίζουν
Κι όλα τελειώνουν

Από την αρχή, αρχή- αρχή,
Όταν τα άσπρα έντερα του Νου
Μετενσαρκώνονταν σε εξ και αφού
Και όταν τα σάρκινα πτερά του γυάλινου φιλιού
Σπάσανε
Με τρόπο αποκαλυπτικό
Δεν έμεινε καμιά κηδεία αδάμαστη
Από τους σκληροπυρηνικούς του δονητή
Και του μαστιγίου
Τα ηνία είναι οι μιναρέδες της υπόληψης
Δέσε τα χέρια σου
Πίσω
Στην πλάτη και το κέντρο θα ελαφρύνει
Όπως ελαφραίνει
Κάπου- κάπου
Η συνήθεια των χεριών να περικόπτουν
Τα τριζόνια
Απάνω στο κεφάλι της άνοιξης τα πρόβατα χορεύουν
Χορεύουν όλα
Εκτός των πορφυρών
Με τις λαμπάδες της αειφόρου πλήξης
Τα κεντήματα του φιδιού και των πεζοδρομίων οι ράγες
Τα πορφυρά
-πρέπει να επαναλαμβάνομαι-
Κουρεύονται ερήμην τους
Μα όχι ερήμην μας

Στην μέση της ερήμου
Ένας καρχαρίας ξαποσταίνει
Στο άλσος της κοιλιάς μου
Φύγε, φύγε καρχαρία
Τελείωσε το πανηγύρι.

Πέμπτη 3 Φεβρουαρίου 2011

Ερείπια



Το κλειστό βιβλίο
Το λυπημένο βιολί
Ο ραγισμένος άγγελος που αγρυπνεί

Πού είστε παιδικά μου χέρια
Με λησμονήσατε
Μα δεν μπορώ
Δεν έχω πια τα μάτια μου να κλάψω

Η βροχή αποκλείστηκε στον κήπο
Απ' τα κλαδιά των δέντρων κρέμονται
Καρδιές
Μικρά φώτα
Ο ήχος μιας καμπάνας
Η προσευχή

Ακόμα καπνίζουν
Των ημερών τα ερείπια

Από τη συλλογή Φύλλα ύπνου

Δευτέρα 31 Ιανουαρίου 2011

ΕΡΗΜΑ




Ερώμαι κι ερωτώ κι ερανίζομαι.
Αυθαίρετοι,
αιρετικοί του έρωτος,
αίρουν εργωδώς ερεθίσματα ερωτικά.
Ως εραστές, εργάζονται έργα ερήμωσης.
Εριστικά.
Έρμαια της Έριδος
δεν ερμηνεύουν…
Έρεβος.

Δευτέρα 27 Δεκεμβρίου 2010

Για την άγρια καρδιά του ανθρώπου δεν υπάρχει πατρίδα

"Υπέροχη ευχαρίστηση απλώνεται μέσα μας, όταν ο εσωτερικός μας κόσμος ενδυναμώνεται με το υλικό του, διακρίνει τον εαυτό του και αρμολογείται πιο πιστά και το πνεύμα μας γίνεται σιγά σιγά μάχιμο"
Οι ήρωες χάσανε τη δόξα τους, οι σοφοί τους μαθητές τους.
Μεγάλες πράξεις, αν δεν τις ακούει ένας ευγενικός λαός, δεν είναι παρά ένα γερό χτύπημα σε αναίσθητο μέτωπο. Και μεγάλα λόγια αν δεν αντηχούν σε μεγάλες καρδιές δεν είναι παρά νεκρά φύλλα που πέφτουν στη λάσπη..." "Το ξερό σάπιο δένδρο δεν πρέπει να στέκεται στη θέση του, κλέβει το φως και τον αέρα απ' τη νέα ζωή που ωριμάζει για τον καινούριο κόσμο." "'Όποιος δεν αμφιβάλει... δεν πείθεται." "Κοιτούσα ήσυχα και μοναχός μπροστά μου και δεν περιπλανιόταν στο παρελθόν και στο μέλλον το βλέμμα μου... Έδινα πιστά όπως η ηχώ... σε κάθε πράγμα το όνομά του." "Οι λύκοι φεύγουν όταν ανάψεις φωτιά" "Υποστήριζαν ότι πρέπει να ζούμε στη τωρινή εποχή..." "Αστειεύεται ο ένας, κορδώνεται ο άλλος και κάνει κηρύγματα..." "Άλλος παρίστανε τον φωτισμένο.." "Κουράστηκα πια να εξευτελίζομαι, να ψάχνω σταφύλια στη έρημο και λουλούδια στον πάγο..." "Θεϊκό πλάσμα είναι το παιδί, όσο δεν έχει βουτηχθεί στο χαμαιλεόντιο χρώμα του ανθρώπου.."

burnt norton


I.

Παρόν παρελθόν παρόντα ίσως στον μέλλοντα
Κι ο μέλλων να εμπεριέχεται στο παρελθόν
Αν όλοι οι χρόνοι είναι πάντοτε παρόντες
Όλος ο χρόνος είναι αιωνίως ανήλεος.
Ό,τι θα ήταν είναι μια αφαίρεση
Και παραμένει δυνατότητα εις τόν αιώνα
Σε έναν κόσμο μόνο που τόν σκέφτεσαι
Ό,τι θα ήταν, κι ό,τι ήταν
Τείνουν προς ένα τέλος, αιωνίως παρόν.

Ηχούν στη μνήμη βήματα που πέφτουνε
Κάτω σε έναν δρόμο που δεν πήραμε
Κι όλο προς μία πόρτα που δεν άνοιξε
Και βγάζει στις τριανταφυλλιές. Ηχούν τά λόγια μου
Και στο μυαλό σου με αυτόν τόν τρόπο.
Όμως προς τί
Να ανακάτευα τή σκόνη μες στην κούπα με ξερά ροδόφυλλα;
Δεν έχω ιδέα.
Κι άλλα πράγματα αντηχούν
Και κατοικούν στον κήπο. Λες να πάμε;

Άντε και γρήγορα, είπε τό πουλί
Και να τούς βρεις, πήγαινε να τούς βρεις,
Κρύβονται στη γωνία. Από τόν πρώτο φράχτη,
πίσω. Μέσα στον πρώτο μας τόν κόσμο. Λες να πάμε;
Ν` αφήσουμε τήν κίχλη να μάς ξεγελάσει
Μέσα στον πρώτο κόσμο που είχαμε,
Ήταν εκεί, αξιοπρεπείς κι αόρατοι,
Κινούνται μα δεν βιάζονται, πατάνε φύλλα πεθαμένα,
Στη φθινοπωρινή τή ζέστη, και στού αέρα τόν σπασμό,
Κι έτσι μιλούσε τό πουλί, σαν ν` απαντούσε στην
Ανάκουστη τή μουσική που κρύβονταν στους θάμνους
Και η αχτίνα τού ματιού αόρατη έψαχνε για τριαντάφυλλα,
γιατί έχουν όψη λουλουδιών άξια να τά κοιτάξεις.

Ήταν εκεί σαν να `ταν ξένοι, να τούς δέχεσαι, να δέχονται,
Κι εμείς κινούμαστε, κι αυτοί,
κανονικός σχηματισμός,
Όλοι διασχίζουμε τόν άδειο χώρο, προς τόν κύκλο
που μέσ` σε κύβο λες έχει τ` αγκάθια
Να ρίξουμε και μια ματιά στην ξεραμένη τή λακκούβα τού νερού.
Να `ναι στεγνή η νερολακκούβα,
Να `ναι στεγνό και τό τσιμέντο,
Να `χει και χρώμα κει στις άκρες,
Και να `ν` γεμάτη η λακκούβα
με τό νερό απ` τό φως τού ήλιου
Και οι λωτοί να ανεβαίνουν,
ήσυχα, ήσυχα πολύ,
Κι η επιφάνεια να γυαλίζει
απ` τού φωτός τά φυλλοκάρδια
Κι εκείνοι πίσω μας να στέκουν
Και να τούς βλέπω στο νερό.

Ύστερα ένα σύννεφο ήρθε,
Και η λακκούβα είχε αδειάσει.

Άντε, να φύγεις, είπε τό πουλί,
Τό δέντρο γέμισε παιδιά,
Που ξαναμμένα κρυφτό παίζουνε,
Κρύβουν τό γέλιο τους πολύ,
Άντε, φύγε, φύγε, είπε τό πουλί : οι ανθρώποι
δεν αντέχουν τήν αλήθεια για πολύ.

Μέλλον και παρελθόν και ό,τι θα `ταν
και ό,τι ήτανε στ` αλήθεια,
Τείνουν προς ένα τέλος μόνο
που είναι πανταχού παρόν.

(Μετάφραση Χάρις Σταθάτου: www.simiomatariotexnon.gr)

"Η ΕΞΟΜΟΛΟΓΗΣΗ ΤΟΥ ΑΛΗΤΗ" (απόσπασμα)


Ξεπίτηδες βαδίζω αχτένιστος

με το κεφάλι μου σα λάμπα πετρελαίου στους ώμους∙

μ' αρέσει να φωτίζω τις ψυχές σας μέσα στα σκοτάδια

όπως γυμνό φθινόπωρο.

Μ' αρέσει όταν βλαστήμιες πέτρινες

Ρίχνουνε πάνω μου σαν το χαλάζι που ξερνάει η καταιγίδα,

μόνο που τότε πιο σφιχτά κρατάω στα χέρια μου

την ανάστατη τούφα των μαλλιών μου.

Πόσο όμορφο είναι τότε να θυμάμαι

το βραχνό τσίριγμα της τσίχλας στη μικρή χορταριασμένη λίμνη,

πως κάπου ζούνε η μάνα κι ο πατέρας

που για τους στίχους μου δε νοιάζονται καθόλου

μα που τους είμαι έτσι ακριβός όπως το σπλάχνο τους και το χωράφι

κι ίσως ν'αρχόντανε με το δικράνι τους να σας καρφώσουν

για κάθε σας βλαστήμια που μου σφεντονάτε.

Παρασκευή 26 Νοεμβρίου 2010

Γιὰ τὰ τραγούδια μου



Δὲν ἔχω πήγασο μὲ σέλαν ἀργυρὴ
οὔτε καὶ πόρους
-ὅπως τοὺς λέν᾿- ἀδήλους
δὲν ἔχω μήτε γῆ
μιὰ σπιθαμὴ
μονάχα ἕνα ποτηράκι μέλι
σὰ νά ῾ναι φλόγα λαμπερή.

Αὐτὸ εἶναι τὸ βιός μου
κι εἶναι καὶ γιὰ τοὺς φίλους
κι ἐνάντια σ᾿ ὅλους τοὺς ἐχθροὺς
ἐντός μου
φυλάγω αὐτὸν τὸν πλοῦτο μου
ἕνα ποτήρι μέλι.

Ὑπομονή, συντρόφοι, ὑπομονὴ
καὶ θὰ ῾ρθει μέρα ἡ τρανὴ
ναὶ θά ῾ρθει!
-Σ᾿ αὐτοὺς πού ῾χουν τὸ μέλι θὲ νὰ ῾ρθεῖ
ἡ μέλισσα ἡ μιὰ
ἀπ᾿ τὴ Βαγδάτη.


Δευτέρα 18 Οκτωβρίου 2010

Η ραψωδία τού γυμνού φωτός

I

Είμαστε εμείς που κλάψαμε πάνω απ' τη θάλασσα
εμείς που μετρήσαμε τη θάλασσα σταγόνα τη σταγόνα
εμείς που χαράξαμε τα χνάρια μας πλάι στη βροχή
για να στεριώσουμε τούτο το γεφύρι στις δυο άκρες τού ορίζοντα.

Όνειρο λέφτερο στην κυριαρχία των ανέμων
όνειρο μοιρασμένο σ' όλες τις φωνές
για να ξανασυνθέσουμε το πρόσωπο της θάλασσας
πίσω απ' το τελευταίο σύνορο.

Τώρα για να περάσεις τούτο το ακρογιάλι
για να κοιμίσεις το πένθος μετρημένο με τα δάχτυλα της βραδιάς
αγρύπνησε τη φλόγα σου πάνω απ' τη δόξα
με τις περιπλανήσεις με τις επιστροφές
πάντα στο ίδιο σημείο ενός έκθαμβου αγγέλου
που κάθε τόσο αθετεί μ' έκταση την πληγή του.

Μέσα στο δάσος ονειρεύονται τ' αγάλματα
και μιλούν τη φωνή μας
και μιλάμε τη φωνή τής αυριανής αγάπης
ανάμεσα στα χρώματα του δειλινού και στα νερά
που δε μπορούν να φυγαδέψουν τη μορφή τους απ' τα χέρα μας.
Μα δε σου φτάνει ο ίσκιος σου στο χώμα.
Το χώμα κι ο ίσκιος σου δεμένα μες στο φως
κι ο ουρανός που επαληθεύει τα μεγάλα βήματα μες στο τραγούδι μας -
στο ίδιο τραγούδι θάνατος και αθανασία.

Από τη συγκεντρωτική έκδοση Ποιήματα [Α' Τόμος] (1978)

Εαρινή συμφωνία


XVI

Χαρά χαρά.
Δε μας νοιάζει
τι θ' αφήσει το φιλί μας
μέσα στο χρόνο και στο τραγούδι.

Αγγίξαμε
το μέγα άσκοπο
που δε ζητά το σκοπό του.

Ο Θεός
πραγματοποιεί τον εαυτό του
στο φιλί μας.
Περήφανοι εκτελούμε
την εντολή τού απείρου.

Ένα μικρό παράθυρο
βλέπει τον κόσμο.
Ένα σπουργίτι λέει
τον ουρανό.
Σώπα.

Στην κόγχη των χειλιών μας
εδρεύει το απόλυτο.

Σωπαίνουμε κι ακούμε
μες στο γαλάζιο βράδυ
την ανάσα τής θάλασσας
καθώς το στήθος κοριτσιού ευτυχισμένου
που δε μπορεί να χωρέσει
την ευτυχία του.

Ένα άστρο έπεσε.
Είδες;
Σιωπή.
Κλείσε τα μάτια.

Από τη συγκεντρωτική έκδοση Ποιήματα [Α' Τόμος] (1978)

Δευτέρα 13 Σεπτεμβρίου 2010

ΠΩΣ ΜΑΣ ΘΕΛΕΙ Η «ΑΛΗΘΗΣ ΔΗΜΟΚΡΑΤΙΑ»


Να μην ακούω και να μη βλέπω να πατώ.
Να μη νογάω και να' χω το στόμα βουλωτό.
Να μη με φαρμακών' η μπόχα του καιρού μου.
Χωρίς αυτιά και μάτια, μύτη και μυαλό,
μουγκός να πηαίνω, όποτε μου 'ρθει, προς νερού μου,
κι άμα τσινάει ο Γάιδαρος να μη γελώ.
Και σα με καρυδώνουνε μουνούχο σκλάβο
οι Αμερικάνοι, εγώ να βλαστημάω το Σλάβο.

«ΕΘΝΙΚΗ ΠΑΙΔΕΙΑ»



Γανιάσατε, δασκάλοι, να ξεμάθω
να 'μαι εγώ, να στοχάζομαι, να θέλω -
ψέματα όλο ν' ακούω, να λέω, να πράττω,
για ψέματα να ζω και να πεθαίνω.

Δεν μπόρεσε η σπουδή να με χαλάσει.
Αντέξανε σαρκίο, ψυχή και γνώση
μα κάθε τόσο θάνατος να ξέρεις
ότ' είσαι πάντα πουλημένο κρέας.

Παρασκευή 10 Σεπτεμβρίου 2010


" Φύσηξε ξαφνικός αγέρας. Τρίξαν τα βαριά παντζούρια.
Σηκώθηκαν τα φύλλα από το χώμα. Φύγανε, φύγανε.
Έμειναν μόνο οι πέτρες. Πρέπει μ΄αυτά να βολευτούμε τώρα.
Μ΄αυτές, μ΄αυτές ,-ξαναλέει. Όταν η νύχτα κατεβαίνει
Απ΄το μεγάλο μελανί βουνό και ρίχνει τα κλειδιά μας στο πηγάδι,-
Πέτρες μου, πέτρες μου –λέει- να πελεκήσω ένα -ένα
τ΄άγνωστα πρόσωπά μου και το σώμα μου, με το ‘να μου χέρι
σφιγμένο, δυνατά, υψωμένο πάνω από τον τοίχο."
(Μ΄αυτές τις πέτρες, 30.V. 68)

ΚΑΙ ΣΥ ΚΑΡΔΙΑ ΜΟΥ...




Και συ καρδιά μου τί χτυπάς

Σαν φύλακας βαρύθυμος
παρατηρώ τη νύχτα και το θάνατο.